Trasparenza, deepfake, contenuti generati dall’AI, sanzioni e nuovi obblighi per le grandi piattaforme: agosto 2026 segna un passaggio decisivo nella strategia europea sull’intelligenza artificiale

Per diversi anni il dibattito europeo sull’intelligenza artificiale è stato dominato da una domanda:

come regolamentare una tecnologia che evolve più velocemente delle leggi?

Nell’agosto 2026 quella discussione entra definitivamente in una nuova fase.

Non si parla più soltanto di principi, proposte legislative e scenari futuri.

Una parte importante delle regole europee sull’intelligenza artificiale è diventata concretamente applicabile.

Il 2 agosto 2026 rappresenta, da questo punto di vista, una data fondamentale.

Sono diventate applicabili ulteriori disposizioni dell’AI Act, compresi importanti obblighi di trasparenza previsti dall’articolo 50.

Poche settimane dopo, il 31 agosto, è arrivato un altro segnale della crescente importanza sistemica dell’intelligenza artificiale: la Commissione europea ha designato ChatGPT come Very Large Online Search Engine – VLOSE nell’ambito del Digital Services Act.

Sono due sviluppi giuridicamente distinti.

Ma insieme raccontano qualcosa di molto più grande.

L’intelligenza artificiale generativa non viene più considerata soltanto una tecnologia emergente. Sta diventando un’infrastruttura informativa della società digitale europea.


2 agosto 2026: una nuova fase dell’AI Act

L’AI Act europeo è stato progettato attraverso un’applicazione progressiva.

Non tutte le disposizioni sono infatti diventate operative contemporaneamente.

Il 2 agosto 2026 rappresenta una delle principali tappe di questo percorso.

Tra gli elementi particolarmente importanti figurano gli obblighi di trasparenza.

Il principio alla base è relativamente semplice:

una persona dovrebbe poter capire quando sta interagendo con una macchina e quando un contenuto è stato artificialmente generato o manipolato nei casi previsti dalla normativa.

La questione diventa sempre più importante perché distinguere tra contenuto umano e contenuto sintetico sta diventando progressivamente più difficile.

Testo.

Voce.

Fotografie.

Video.

Avatar.

Personaggi virtuali.

L’intelligenza artificiale è ormai in grado di produrre contenuti estremamente realistici.

La trasparenza diventa quindi una componente fondamentale della fiducia digitale.


Quando parliamo con un’AI dobbiamo poterlo sapere

Uno dei principi previsti dall’articolo 50 riguarda i sistemi progettati per interagire direttamente con le persone.

In determinate circostanze gli utenti devono essere informati del fatto che stanno interagendo con un sistema di intelligenza artificiale, salvo che ciò risulti evidente a una persona ragionevolmente informata e attenta considerando le circostanze e il contesto.

Pensiamo ai chatbot utilizzati da:

banche,

compagnie assicurative,

operatori telefonici,

e-commerce,

servizi pubblici,

assistenza clienti,

piattaforme online.

L’utente non dovrebbe essere indotto a credere di comunicare con una persona quando sta invece dialogando con un sistema automatico.

Può sembrare una regola elementare.

Ma diventerà sempre più importante man mano che voce sintetica, avatar e agenti AI diventeranno indistinguibili dalle interazioni umane.


Il problema dei deepfake

Uno degli ambiti più delicati riguarda i deepfake.

L’intelligenza artificiale permette ormai di creare immagini, audio e video estremamente realistici.

Una persona può apparentemente pronunciare parole che non ha mai detto.

Un politico può apparire all’interno di un video completamente artificiale.

Una voce può essere clonata.

Un evento inesistente può essere rappresentato attraverso immagini fotorealistiche.

Queste tecnologie hanno applicazioni creative straordinarie.

Ma possono essere utilizzate anche per:

disinformazione,

truffe,

manipolazione politica,

furto d’identità,

diffamazione,

ingegneria sociale.

Per questo l’AI Act introduce specifici obblighi di trasparenza riguardanti i deepfake.

Il principio è fondamentale:

se un contenuto sintetico può essere scambiato per realtà, il cittadino deve disporre degli strumenti necessari per comprenderne la natura artificiale.


La marcatura dei contenuti generati dall’AI

La regolamentazione europea affronta anche la questione della riconoscibilità dei contenuti artificiali.

Per determinati sistemi e contenuti, i provider devono assicurare che gli output siano marcati in un formato leggibile automaticamente e rilevabili come artificialmente generati o manipolati.

È un punto tecnologicamente molto interessante.

La trasparenza non significa necessariamente inserire soltanto una scritta:

“Questo contenuto è stato generato dall’AI.”

Potrebbero essere utilizzati sistemi tecnici differenti.

Metadati.

Watermark.

Credenziali digitali.

Sistemi di provenienza.

Marcatori machine-readable.

L’obiettivo è costruire progressivamente una sorta di catena di provenienza del contenuto digitale.

In futuro potremmo non chiederci soltanto:

“Questa fotografia è vera?”

Potremmo verificare:

“Da dove proviene? Chi l’ha creata? È stata modificata? È stata generata attraverso AI?”


Informazione pubblica e democrazia

La questione diventa ancora più delicata quando l’intelligenza artificiale viene utilizzata per produrre testi destinati a informare il pubblico su questioni di interesse pubblico.

La capacità di generare enormi quantità di contenuti a costo estremamente basso potrebbe infatti trasformare radicalmente l’ecosistema dell’informazione.

Un singolo sistema potrebbe produrre migliaia di:

articoli,

commenti,

post,

immagini,

video,

profili,

messaggi.

La scala cambia completamente.

Le operazioni di propaganda che in passato richiedevano centinaia di persone potrebbero essere parzialmente automatizzate.

È per questo che la trasparenza dei contenuti AI assume anche una dimensione democratica.

Non riguarda soltanto la tecnologia.

Riguarda la qualità dello spazio informativo nel quale prendiamo decisioni collettive.


Elezioni e manipolazione dell’opinione pubblica

Uno degli scenari più delicati riguarda inevitabilmente le elezioni.

Immaginiamo un sistema capace di generare automaticamente migliaia di messaggi politici personalizzati.

Oppure video falsi di candidati.

O ancora reti di account artificiali capaci di simulare consenso o indignazione.

L’intelligenza artificiale abbassa drasticamente il costo della produzione di contenuti.

Questo significa che abbassa anche il costo potenziale della manipolazione informativa.

La combinazione tra AI generativa, social network e micro-targeting rappresenta quindi una delle principali questioni democratiche dei prossimi anni.


Il riconoscimento delle emozioni

Un altro settore particolarmente sensibile riguarda i sistemi capaci di inferire o riconoscere emozioni.

La possibilità che una macchina tenti di determinare se una persona sia:

nervosa,

felice,

arrabbiata,

interessata,

stressata

solleva questioni importanti.

Non soltanto tecnologiche.

Ma anche etiche.

Quanto sono affidabili queste inferenze?

In quali contesti possono essere utilizzate?

Chi può accedere ai risultati?

Possono influenzare una decisione riguardante una persona?

La normativa europea dedica quindi particolare attenzione anche alla trasparenza di questi sistemi e, più in generale, disciplina severamente alcuni loro utilizzi.


Le sanzioni: fino a 15 milioni o al 3% del fatturato mondiale

Le regole europee non sono soltanto dichiarazioni di principio.

Sono accompagnate da un sistema sanzionatorio significativo.

Per determinate violazioni dell’AI Act, le sanzioni amministrative possono arrivare fino a:

15 milioni di euro

oppure, nel caso delle imprese,

fino al 3% del fatturato mondiale annuo totale dell’esercizio precedente, se superiore, secondo le condizioni previste dal regolamento.

La dimensione delle sanzioni comunica chiaramente l’intenzione europea.

La conformità all’intelligenza artificiale dovrà diventare una vera funzione aziendale.

Esattamente come è avvenuto con:

privacy,

GDPR,

cybersecurity,

antiriciclaggio,

compliance finanziaria.

Sta nascendo una nuova disciplina:

AI Compliance.


Dalla Privacy by Design all’AI Governance by Design

Il GDPR ha diffuso un principio fondamentale:

Privacy by Design.

La protezione dei dati deve essere considerata già durante la progettazione del sistema.

Con l’intelligenza artificiale potrebbe affermarsi un principio analogo:

AI Governance by Design.

Quando un’azienda sviluppa un sistema AI dovrebbe chiedersi fin dall’inizio:

Quale rischio presenta?

Quali dati utilizza?

Come vengono documentate le decisioni?

Come viene garantita la trasparenza?

Chi controlla il sistema?

Come vengono gestiti gli errori?

Quali persone possono essere danneggiate?

Come viene mantenuta la supervisione umana?

La compliance non può essere aggiunta alla fine.

Deve entrare nell’architettura del prodotto.


31 agosto 2026: ChatGPT entra anche nel perimetro VLOSE

Il secondo sviluppo importante arriva il 31 agosto 2026.

La Commissione europea ha designato ChatGPT come Very Large Online Search Engine, VLOSE, nell’ambito del Digital Services Act.

Il DSA utilizza la soglia dei 45 milioni di destinatari medi mensili nell’Unione Europea per identificare servizi online di dimensioni particolarmente rilevanti.

La designazione rappresenta un cambiamento concettualmente molto interessante.

ChatGPT non viene considerato soltanto un chatbot.

La sua funzione di accesso e ricerca delle informazioni ha raggiunto una scala tale da assumere una rilevanza sistemica.


AI Act e Digital Services Act: due regolamenti, una stessa realtà digitale

È importante non confondere i due strumenti.

L’AI Act disciplina specificamente sistemi e modelli di intelligenza artificiale attraverso un quadro basato anche sul rischio.

Il Digital Services Act disciplina invece i servizi intermediari digitali e introduce obblighi particolarmente significativi per le piattaforme e i motori di ricerca online di grandissime dimensioni.

Sono normative differenti.

Ma quando una piattaforma AI diventa contemporaneamente:

assistente,

motore di ricerca,

sistema informativo,

interfaccia verso Internet,

le due dimensioni iniziano inevitabilmente a incontrarsi.

È probabilmente un’anticipazione di ciò che vedremo sempre più frequentemente.


I rischi sistemici diventano centrali

Per i servizi di grandissime dimensioni il DSA pone particolare attenzione alla valutazione e mitigazione dei rischi sistemici.

Tra le aree rilevanti possono rientrare rischi collegati a:

contenuti illegali,

diritti fondamentali,

processi democratici,

sicurezza pubblica,

protezione dei minori,

benessere delle persone.

Applicare questa logica a un assistente AI significa riconoscere che le sue risposte possono avere effetti su scala sociale.

Un errore isolato è un problema tecnico.

Un errore ripetuto centinaia di milioni di volte può diventare un problema sistemico.


La scala cambia la natura del rischio

Questo è uno dei concetti più importanti.

Quando una tecnologia viene utilizzata da poche migliaia di persone, un problema può rimanere circoscritto.

Quando viene utilizzata quotidianamente da decine o centinaia di milioni di persone, lo stesso problema assume una natura completamente differente.

Un bias.

Una falsa informazione.

Una vulnerabilità.

Una raccomandazione pericolosa.

Una manipolazione.

Moltiplicati per una scala enorme possono produrre conseguenze sociali rilevanti.

È questa la logica alla base della crescente attenzione europea verso le grandi piattaforme AI.


L’AI diventa infrastruttura informativa

Ed eccoci al punto fondamentale.

L’intelligenza artificiale generativa sta rapidamente cambiando funzione.

All’inizio era soprattutto uno strumento per generare contenuti.

Poi è diventata assistente.

Ora sta diventando motore di ricerca, agente e interfaccia verso servizi digitali.

Domani potrebbe essere il principale punto attraverso il quale molte persone accederanno all’informazione.

Questo significa trasformare l’AI in una sorta di:

infrastruttura cognitiva della società digitale.

Non necessariamente perché “pensa” al posto nostro.

Ma perché seleziona, sintetizza e presenta una parte crescente delle informazioni attraverso le quali pensiamo.

Ed è proprio questo potere che rende inevitabile la regolamentazione.


La sfida europea: regolare senza soffocare l’innovazione

Rimane però una questione enorme.

L’Europa deve riuscire a trovare un equilibrio tra:

protezione e innovazione.

Regole troppo deboli potrebbero esporre cittadini e imprese a rischi significativi.

Regole eccessivamente complesse potrebbero invece aumentare i costi per startup e imprese europee, favorendo indirettamente i grandi gruppi tecnologici che dispongono di enormi strutture legali e finanziarie.

La vera qualità dell’AI Act sarà quindi misurata non soltanto dalla capacità di produrre regole.

Ma dalla capacità di creare un ecosistema nel quale:

innovazione, diritti e competitività possano convivere.


Cosa devono fare ora le aziende

Per le imprese europee il 2026 dovrebbe segnare il passaggio dalla semplice conoscenza dell’AI Act alla sua implementazione operativa.

Le aziende dovrebbero innanzitutto sapere dove utilizzano l’intelligenza artificiale.

Non è sempre scontato.

AI può essere presente in:

software HR,

CRM,

marketing,

cybersecurity,

customer service,

analisi documentale,

software finanziari,

strumenti di produttività,

sistemi biometrici.

Il primo passo dovrebbe quindi essere costruire un vero:

AI Inventory aziendale.


Mappare, classificare, documentare

Ogni sistema dovrebbe essere analizzato.

Chi lo fornisce?

Quali dati utilizza?

Per quale scopo?

Produce decisioni?

Interagisce con persone?

Genera contenuti?

Qual è il livello di rischio?

Quali obblighi si applicano?

Esiste supervisione umana?

L’organizzazione dovrebbe poi documentare procedure, responsabilità e controlli.

In futuro un’azienda potrebbe avere non soltanto:

registro dei trattamenti GDPR,

inventario degli asset IT,

registro dei rischi cybersecurity,

ma anche un vero:

registro dei sistemi AI.


Formazione: la compliance passa dalle persone

Nessuna normativa tecnologica può funzionare esclusivamente attraverso documenti.

Le persone devono comprendere la tecnologia.

Dirigenti.

Sviluppatori.

Responsabili IT.

Marketing.

HR.

Legali.

DPO.

Cybersecurity.

Tutti utilizzano o utilizzeranno strumenti AI.

La formazione sull’AI non dovrebbe quindi limitarsi a spiegare come scrivere prompt migliori.

Dovrebbe comprendere:

sicurezza,

privacy,

bias,

copyright,

trasparenza,

responsabilità,

gestione dei dati,

verifica degli output.

La vera AI literacy sarà una competenza organizzativa.


L’Europa sta costruendo il diritto dell’era algoritmica

Il GDPR ha rappresentato uno dei primi grandi tentativi di regolamentare l’economia dei dati.

Il Digital Services Act ha affrontato il potere delle grandi piattaforme.

L’AI Act affronta ora il potere dei sistemi algoritmici.

Questi regolamenti non sono episodi separati.

Rappresentano progressivamente la costruzione di un nuovo quadro giuridico per la società digitale europea.

Una società nella quale dati, algoritmi e piattaforme hanno un’influenza crescente sulla vita economica, professionale e democratica.


Conclusione: agosto 2026 segna il passaggio dalla teoria alla realtà

Per anni abbiamo discusso di come l’intelligenza artificiale avrebbe dovuto essere regolamentata.

Ora quella fase sta terminando.

Il 2 agosto 2026, con l’applicazione di una nuova parte sostanziale dell’AI Act e degli obblighi di trasparenza, rappresenta un passaggio fondamentale.

La designazione di ChatGPT come VLOSE del 31 agosto 2026 aggiunge un secondo elemento simbolicamente ancora più importante.

L’intelligenza artificiale non è più considerata soltanto un software.

Sta diventando parte dell’infrastruttura attraverso la quale milioni di cittadini accedono all’informazione e ai servizi digitali.

Per questo la domanda non è più soltanto:

“Che cosa può fare l’intelligenza artificiale?”

La nuova domanda europea è:

“Quali responsabilità deve assumere chi costruisce e controlla sistemi capaci di influenzare milioni di persone?”

La risposta determinerà molto più della regolamentazione dell’AI.

Determinerà il rapporto tra innovazione, potere tecnologico, diritti fondamentali e democrazia nella società digitale dei prossimi decenni.

L’Europa ha scelto di provare a scrivere queste regole.

Dal 2026 deve dimostrare di essere capace anche di farle funzionare.

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