Quando il Papa parla di Intelligenza Artificiale: riflessioni su “Magnifica Humanitas”
di Ivano Esposito
Sono le undici di sera. Ho appena chiuso l’ultima pagina di Magnifica Humanitas, la nuova Enciclica di Papa Leone XIV sull’intelligenza artificiale, e sento il bisogno di condividere con voi quello che ho provato.
Non capita spesso che un documento della Chiesa mi tenga sveglio fino a tardi, ma questa volta è diverso. Forse perché parla di noi, del nostro tempo, delle domande che ci portiamo dentro ogni volta che sblocchiamo lo smartphone o chiediamo qualcosa a un assistente vocale.
Una sera qualunque (o forse no)
Stamattina, come ogni giorno, ho chiesto a ChatGPT di aiutarmi a organizzare la giornata. Stasera, prima di mettermi a leggere, ho scorso distrattamente il feed di Instagram mentre la televisione trasmetteva l’ennesimo dibattito sulle armi autonome.
Vita normale, direte. Eppure Papa Leone XIV ci invita a fermarci un attimo e a chiederci: dove stiamo andando? E soprattutto: ci stiamo ancora portando dietro la nostra umanità, o la stiamo lasciando per strada?
Babele o Gerusalemme? (La domanda che non ti aspetti)
L’Enciclica si apre con un’immagine che mi ha colpito subito. Il Papa contrappone due città bibliche: Babele, con la sua torre orgogliosa costruita per “farsi un nome”, e Gerusalemme, ricostruita pietra su pietra da un popolo che lavora insieme, ciascuno responsabile del proprio tratto di muro.
Ho pensato: quale delle due stiamo costruendo con l’intelligenza artificiale?
Quando vedo i data center che consumano l’energia di intere città, quando leggo di algoritmi che decidono chi può avere un mutuo e chi no, quando scopro che i miei dati personali valgono miliardi per qualcuno che non conosco… ecco, a volte mi sembra di vedere Babele. Una torre scintillante, efficientissima, ma che alla fine ci divide invece di unirci.
Eppure l’Enciclica non è pessimista. Anzi. Il Papa riconosce che l’IA può essere uno strumento straordinario: diagnostica malattie che i medici non vedono, traduce lingue in tempo reale, aiuta gli scienziati a trovare nuovi farmaci. Il problema non è la tecnologia in sé, ma come la usiamo e chi decide per cosa usarla.
Le domande che contano davvero
Mentre leggevo il terzo capitolo, mi sono ritrovato a sottolineare frasi su frasi. Una in particolare:
“Le intelligenze artificiali imitano alcune funzioni cognitive umane con straordinaria efficacia, ma mancano di coscienza morale, corpo, esperienza affettiva e libertà.”
È vero. Un algoritmo può battere qualsiasi campione di scacchi, ma non sa cosa significa perdere e riprovarci. Può scrivere una poesia tecnicamente perfetta, ma non ha mai amato, sofferto, sperato. Può analizzare milioni di dati sulla felicità, ma non sa cosa vuol dire essere felici.
E allora mi chiedo: perché stiamo delegando a queste macchine decisioni che riguardano la vita delle persone? Perché lasciamo che un algoritmo decida se un curriculum è “interessante” o se una notizia merita di essere letta?
Il lavoro, la scuola, la famiglia (cioè: la vita vera)
Il quarto capitolo entra nel concreto, e qui l’Enciclica diventa quasi dolorosa nella sua lucidità.
Sul lavoro: quanti posti perderemo? E quelli nuovi che nasceranno, saranno dignitosi o solo “lavoretti” precari? Il Papa non demonizza l’automazione, ma chiede che la transizione sia giusta, che nessuno venga “scartato” come un pezzo obsoleto.
Sull’educazione: come educhiamo i nostri figli in un mondo dove un’IA può fare i compiti al posto loro? Come insegniamo il pensiero critico quando gli algoritmi ci propongono solo contenuti che confermano quello che già pensiamo?
Sulla famiglia: quanto tempo passiamo davvero insieme, senza schermi di mezzo? E quando siamo insieme, siamo davvero presenti?
Leggendo queste pagine ho ripensato a ieri sera, quando mia figlia mi ha chiesto di giocare e io le ho detto “aspetta, devo finire questa mail”. Quante volte l’ho fatto? Quante volte scegliamo lo schermo invece della persona che abbiamo accanto?
La guerra (e la paura che non vogliamo nominare)
Il quinto capitolo parla di armi autonome, di droni killer, di sistemi che possono decidere chi vive e chi muore senza che un essere umano prema il grilletto.
Qui il Papa è durissimo. Chiama questa deriva per nome: disumanizzazione della guerra. E chiede che la comunità internazionale vieti queste armi, prima che sia troppo tardi.
Ho pensato ai miei figli. Al mondo che stiamo lasciando loro. E mi sono sentito piccolo, inadeguato. Ma anche chiamato a fare qualcosa, anche se non so bene cosa.
Rimanere umani (l’appello finale)
L’Enciclica si chiude con un’espressione semplice ma potente: rimanere umani.
Non significa rifiutare la tecnologia. Significa usarla senza farci usare. Significa ricordare che dietro ogni dato c’è una persona, dietro ogni algoritmo ci sono scelte umane, dietro ogni schermo c’è un cuore che batte.
Il Papa cita l’Incarnazione: “Il Verbo si è fatto carne”. Dio non si è fatto algoritmo, non si è fatto idea astratta. Si è fatto carne, corpo, relazione, presenza.
E noi? Stiamo diventando più umani o meno? Più capaci di amare o più efficienti nel produrre? Più liberi o più dipendenti?
Quello che ho capito (o almeno ci provo)
Chiudendo il libro, ho capito che questa Enciclica non è un manuale tecnico né un trattato filosofico per specialisti. È una lettera a ciascuno di noi, scritta da un padre che vede i suoi figli affascinati da uno strumento potentissimo e vuole aiutarli a non farsi male.
Non ci dice cosa fare nel dettaglio (non è compito suo), ma ci offre una bussola: la dignità della persona umana. Ogni persona, senza eccezioni. Anche quella che non ha accesso a internet, anche quella che l’algoritmo considera “non rilevante”, anche quella che non produce dati utili per il mercato.
Domani mattina tornerò alla mia routine. Userò l’IA per lavorare, probabilmente scorrerò distrattamente qualche feed. Ma forse, ogni tanto, mi fermerò un attimo. Mi chiederò: sto costruendo Babele o Gerusalemme? Sto diventando più umano o meno?
E forse, invece di rispondere subito a quella mail, andrò a giocare con mia figlia.
E tu? Hai letto l’Enciclica? Quale passaggio ti ha colpito di più?
Scrivimi nei commenti o mandami una mail. Mi piacerebbe continuare questa conversazione insieme, perché credo che nessuno di noi abbia tutte le risposte, ma insieme possiamo cercarle.
In Christo,
Ivano Esposito
